Ci siamo. Una grande Regione italiana, per la verità a statuto speciale, ha deciso l’abolizione delle province. Trattasi della Sicilia, la cui maggioranza Pd-Udc ha realizzato ciò che prima stava nei programmi e nei proclami. La tanto annunciata cancellazione delle province ha trovato una sua prima e inedita realizzazione nell’isola. Le forze politiche della maggioranza hanno approvato un maxi-emendamento che prevede appunto questa storica decisione: da ieri la sorte delle nove province regionali è segnata. Scompariranno e in luogo di questi enti compariranno i cosiddetti “liberi consorzi dei comuni”, enti di secondo livello.

I risparmi sono il capitolo più interessante. Secondo il presidente della Regione, Rosario Crocetta, artefice insieme ai centristi della riforma, i denari che eviterebbero di uscire dalle casse pubbliche si quantificherebbero in 100 milioni di euro circa. Una cifra importante, in tempi di grandi ristrettezze economiche e di difficoltà contabili delle pubbliche amministrazioni, che detto in soldoni sono alla canna del gas.

È il primo passo verso una semplificazione dei livelli di governo. È il primo passo ma ce ne aspettiamo altri, soprattutto noi che da sempre sosteniamo la razionalizzazione del sistema delle autonomie locali. In un certo senso possiamo esultare, ma dovremo stare attenti a tante cose, dovremo tenere gli occhi aperti, perché le riforme all’italiana hanno qualcosa di gattopardesco: non vorremmo che le nuove realtà locali individuate dalla Regione Sicilia diventino una riedizione degli enti appena cancellati. Non vorremmo che il percorso di rimodulazione, che sta avvenendo, trovi nuove battute d’arresto in una politica sorda e attaccata agli interessi costituiti, concentrata sul potere locale da mantenere e distribuire, e chiusa a qualsiasi forma di cambiamento in melius. Aspettiamo con fiducia una nuova fase, inaugurata da episodi inaspettati di risparmio e chiusura di enti-poltronifici. Il governo Monti ha sancito l’addio alle province come le conosciamo (dal 1° gennaio dell’anno venturo diventeranno organi di secondo grado, con Presidente e consiglio provinciale, quest’ultimo eletto “dagli organi elettivi dei comuni ricadenti nel territorio” dell’ente, e non più direttamente dai cittadini), mentre in queste ore l’amministrazione di centro-sinistra della più grande isola italiana stacca la spina a quelle del territorio regionale. Staremo a vedere che piega prenderanno le vicende delle autonomie locali (stanno vivendo un momento molto travagliato della loro esistenza) in questo confuso e nervoso momento politico-istituzionale.

C’è poi da registrare il tentativo degli eletti di Grillo all’Ars (15 persone) di mettere il cappello in testa a questo successo. Ma come? Una legge di questa portata per passare ha certamente il bisogno del sostegno – e quindi del voto – di una ampia maggioranza. Un gruppo di “Cinque stelle”, per quanto agguerrito, difficilmente può portare a termine un’operazione del genere. Può averla ispirata o stimolata? Glielo concediamo. Ma non arriviamo al punto di dire che tutto quello che di buono sta avvenendo, o se non buono almeno afferente alla sfera magica e desiderata del “cambiamento”, o del “rinnovamento”, tanto auspicato e chiesto nelle urne dai cittadini, sia tutto opera di Grillo e seguaci. Anche gli altri sanno fare politica.

Stefano Barbero

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